Progetto per l’inserimento in Comunità Terapeutica di soggetti transgender affetti da patologia da dipendenza di sostanze stupefacenti e correlate
Attualmente si parla molto di “transessualismo”, al punto da essere diventato quasi un fenomeno di costume, un argomento di conversazione di gran moda nei vari salotti televisivi.
Il tema viene di volta in volta affrontato con tono ora leggero, ora impegnato; talvolta l'intento è quello di fornire una seria informazione sull'argomento, più spesso viene utilizzato come fenomeno di incremento dello share in programmi di intrattenimento con velleità giornalistiche.
Probabilmente se ne parla anche troppo, ma non in modo sufficientemente adeguato.
Attraverso questo progetto l’intenzione della Comunità Terapeutica
“Il Sorriso” è quella semplicemente di aprire una finestra sul mondo dell’intervento terapeutico mirato a persone che abusano di sostanze stupefacenti e quindi ne sono dipendenti patologiche ma al contempo presentano l’ancora più complesso problema di una identità di genere e sessuale confusa e non accettata.
L’ambiguità sessuale ha sempre suscitato interesse e curiosità tanto che sin dall’antichità classica ha inspirato miti, leggende, credenze ed opere d’arte ma solo agli inizi del XX sec ci sono stati radicali mutamenti nel modo di considerare la sfera sessuale.
Nel corso degli ultimi trenta anni l’interesse della comunità scientifica per il fenomeno transessuale è cresciuto in maniera esponenziale, così come è testimoniato dall’evoluzione della stessa terminologia.
Il primo tentativo di una discussione sistematica su tale oggetto è da ricercare nella psicopatologia psichiatrica di fine 800 inizi 900, periodo in cui all’attuale transessualismo non era riconosciuta una propria autonomia, tanto da essere posto in continuità con altre perversioni quali l’omosessualità ed il travestitismo.
Anche se si ritiene che sia stato Fenichel a descrivere il primo caso di un transessuale nel 1853, il primo testo che tratta dell’argomento risale al 1886, anno in cui fu pubblicata la prima edizione di Psychopathia Sexualis di Krafft-Ebing.
In questa opera sono presentate due autobiografie famose i cui autori erano affetti da quella che Ebing definì, metamorfosi sessuale paranoica e nelle quali emerge chiaramente il legame tra il cambiamento di sesso e l’esigenza di assumerne l’appartenenza femminile.
Krafft-Ebing considerava lo stato di questi due soggetti come una manifestazione della “sensibilità sessuale invertita” già riscontrata da Westphal nel 1870.
Nel 1910 fu Magnus Hirschfeld ad impiegare per la prima volta il termine “Transvestitismus”, riferendosi a quella condizione in cui alcuni individui tendono ad indossare l’abbigliamento del sesso opposto, collocandoli sul piano nosografico, in quello che egli definì stadio sessuale intermedio.
Nel 1914 Ferenczi in un articolo intitolato “L’omoerotismo: nosologia dell’omosessualità maschile” sostituisce il termine omosessualità con quello d’omoerotismo, enfatizzando la dimensione della sensibilità, cioè la dimensione psichica, rispetto a quella biologica e comportamentale.
Freud nei “Tre saggi sulla teoria sessuale” pone l'accento sulla bisessualità intrinseca degli esseri umani rifacendosi al dato biologico e costituzionale da un lato, ma la considera anche in termini di identificazioni e di posizioni edipiche.
Non esiste una sessualità naturale, si tratta sempre di psicosessualità, di una costruzione relativamente indipendente dalla biologia.
La differenza anatomica, non di per se stessa ma attraverso il significato che assume, modellerà le relazioni oggettuali .
Il termine transessualismo, dopo essere stato introdotto in maniera a specifica da Hirschfeld, ritorna nel 1949 quando David O. Caudwell in “Sexology Magazine” descrisse il caso di una ragazza che desiderava “ossessivamente” essere un uomo, denominando tale condizione psychopathia trans-sexualis.
Egli adoperò tale termine per connotare un quadro clinico all’interno delle disforie di genere, cioè uno stato d’animo caratterizzato d’angoscia relativa al rifiuto del proprio sesso anatomico.
Al transessualismo viene però riconosciuta una propria autonomia solo grazie ad un endocrinologo e sessuologo Harry Benjamin che in quell’anno pubblicò un articolo sulla rivista International Journal of Sexology, dal titolo “Transvestitism and transsexualism”.
Benjamin scrisse: “I veri transessuali sentono di appartenere all’altro sesso desiderano d’essere e di operare come membri del sesso opposto, non di apparir tali soltanto; per essi, i loro caratteri sessuali, tanto primari (testicoli), quanto secondari (pene, e gli altri), sono deformità disgustose che devono essere trasformate dal bisturi del chirurgo”.
Questo intervento, pur non essendo il primo, contribuì ad aprire un dibattito sull’argomento ed oggi tale termine rimanda a tutte quelle persone che sentendo il proprio sesso psicologico, non corrispondente a quello anatomico, desiderano ottenere la riattribuzione chirurgica del sesso (RCS) e la rettificazione anagrafica, così da poter soddisfare l’esigenza di divenire un membro del sesso opposto.
Il dibattito su quale fosse la definizione scientifica più corretta di tale fenomeno non si interruppe.
Nel 1980 si giunse comunque alla comparsa della categoria clinica di DIG Disforia Identità Genere, definizione tuttora utilizzata nel DSM IV.
La comunità scientifica continua tuttora a dibattere ampiamente sull'argomento, e attualmente si discute, fra le altre cose, dell'eventualità di eliminare dal DSM la categoria diagnostica DIG.
Criteri Diagnostici
A. Una forte e persistente identificazione col sesso opposto
Nei bambini il disturbo si manifesta con quattro (o più) dei seguenti sintomi:
1) desiderio ripetutamente affermato di essere, o insistenza sul fatto di essere, dell'altro sesso
2) nei maschi, preferenza per il travestimento o per l'imitazione dell'abbigliamento femminile; nelle femmine, insistenza nell'indossare solo tipici indumenti maschili
3) forti e persistenti preferenze per i ruoli del sesso opposto nei giochi di simulazione, oppure persistenti fantasie di appartenere al sesso opposto
4) intenso desiderio di partecipare ai tipici giochi e passatempi del sesso opposto
5) forte preferenza per i compagni di gioco del sesso opposto.
Negli adolescenti e negli adulti, l'anomalia si manifesta con sintomi come desiderio dichiarato di essere dell'altro sesso, farsi passare spesso per un membro dell'altro sesso. desiderio di vivere o essere trattato come un membro dell'altro sesso, oppure la convinzione di avere sentimenti e reazioni tipici dell'altro sesso.
B. Persistente malessere riguardo al proprio sesso o senso di estraneità riguardo al ruolo sessuale del proprio sesso.
Nei bambini, l'anomalia si manifesta con uno dei seguenti sintomi: nei maschi, affermazione che il proprio pene o i testicoli il disgustano, o che scompariranno, o affermazione che sarebbe meglio non avere il pene, o avversione verso i giochi di baruffa e rifiuto dei tipici giocattoli, giochi e attività maschili; nelle femmine, rifiuto di urinare in posizione seduta, affermazione di avere o che crescerà loro il pene, o affermazione di non volere che crescano le mammelle o che vengano le mestruazioni, o marcata avversione verso l'abbigliamento femminile tradizionale.
Negli adolescenti e negli adulti, l'anomalia si manifesta con sintomi come preoccupazione di sbarazzarsi delle proprie caratteristiche sessuali primarie o secondarie (per es. richiesta di ormoni, interventi chirurgici, o altre procedure per alterare fisicamente le proprie caratteristiche sessuali, in modo da assumere l'aspetto) o convinzione di essere nati del sesso sbagliato.
C. L'anomalia non è concomitante con una condizione fisica intersessuale.
D. L'anomalia causa disagio clinicamente significativo o compromissione dell'area sociale, lavorativa, o di altre aree importanti del funzionamento.
Premessa
1. Il termine transessualismo descrive la condizione esistenziale di chi non si riconosce nel proprio sesso biologico e vive o desidera vivere in accordo con il genere sessuale che sente più proprio.
2. Il rispetto per le differenze individuali e l’abolizione di ogni forma di discriminazione costituiscono un arricchimento culturale; è per tale ragione che il benessere di una comunità può essere assicurato soltanto laddove venga riconosciuto a ciascuno il diritto a vivere in accordo con la propria identità.
Ugualmente necessaria è una costante crescita culturale fondata sull’aumento e la diffusione delle conoscenze, così come sul mantenimento, da parte della comunità, di una costante capacità di confronto dialettico.
Il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dell’individuo e il rispetto per i diritti altrui, costituiscono la base necessaria per il realizzarsi di scelte individuali che risultino fondate, tanto sulle specifiche condizioni esistenziali dell’individuo, quanto sulle sue proprie modalità di vita e di lavoro.
3. La costruzione dell’identità, più precisamente dell’identità di genere, va intesa come un processo le cui radici vanno rintracciate nelle più precoci fasi di vita.
Essa può essere considerata il prodotto di una rete di fattori biologici e relazionali, il cui complesso intreccio esita nella declinazione delle differenze individuali.
Tali differenze possono essere collocate lungo un continuum, che, pur presentando differenze legate alle specifiche e diverse realtà culturali, riconosce, in ogni caso, due estremi: l’identità e il ruolo femminile da una parte e l’identità ed il ruolo maschile dall’altra.
4. L’Identità di Genere è parte integrante della realtà intrapsichica, così come di quella interpersonale e sociale.
Le differenti forme di disagio psicologico, derivanti da anomalie nel processo psicofisiologico di sviluppo dell’identità, possono essere affrontate, sul piano della clinica, in modo diverso.
I criteri di trattamento, comunque, devono trovare un ampio consenso professionale, e quindi un’adeguata omogeneità nei differenti "luoghi di cura".
Ciò garantisce la salvaguardia e il benessere delle persone, così come la possibilità di confronto e lo sviluppo della ricerca scientifica in tale campo.
5. Un percorso psicologico è essenziale, perché il soggetto possa essere sostenuto ed aiutato ad elaborare i differenti elementi propri alle diverse fasi del processo di riattribuzione medico-chirurgica. Ciò, soprattutto in considerazione del fatto che il trattamento ormonale può produrre effetti duraturi e che i cambiamenti ottenuti attraverso l’intervento chirurgico risultano irreversibili. Risulta necessaria un’elevata specializzazione dei professionisti impegnati nella cura di tali condizioni, così come una adeguata collaborazione tra di essi.
Multidisciplinarietà ed integrazione tra le diverse figure impegnate in tale trattamento risultano, infatti, indispensabili affinché venga assicurata l’adeguatezza delle cure fornite.
Allo stesso modo risulta necessaria un’adeguata collaborazione tra le diverse agenzie sociali implicate in tale processo (ASL, Scuole, Sindacati, Movimenti, Associazioni, Tribunale, Servizi Sociali, ecc.).
6. Operatori e pazienti devono condurre la loro relazione sulle basi di un accurato ed esauriente scambio di informazioni, allo scopo di assicurare il dovuto rispetto all’autodeterminazione del paziente e garantire la dovuta libertà professionale all’operatore sanitario coinvolto.
I seguenti criteri devono essere considerati soltanto delle note informative sui requisiti minimi del percorso da seguire, allorquando vi sia una richiesta da parte del paziente di riattribuzione del genere, da ottenersi tramite cure ormonali e/o chirurgiche.
A. Analisi della domanda e valutazione dell’eleggibilità.
1. L’inizio della procedura tesa alla riattribuzione chirurgica e psicosociale del genere, così come quella per la riattribuzione legale secondo la legge 164 del 1982, deve includere un’approfondita valutazione della richiesta del paziente e un’analisi tanto della personalità del paziente quanto delle risorse ambientali a disposizione di quest’ultimo. Occorre, a tale scopo, esplorare le motivazioni, le aspettative e il contesto che hanno spinto la persona a richiedere il cambiamento dei caratteri sessuali, valutando la presenza dei criteri atti a porre diagnosi di disforia di genere.
2. Tutte le figure professionali, impegnate in ambito sanitario, che vengano a confrontarsi con tali problematiche (medici di base, endocrinologi, chirurghi, psichiatri, psicologi…) è necessario che lavorino di concerto con altri specialisti, indirizzando il paziente, laddove necessario, verso strutture altamente specializzate nella valutazione di tali condizioni. Risulterà così possibile articolare il percorso terapeutico in modo da integrare il percorso generale con le specificità poste dai singoli casi considerati.
3. Ogni singolo passo dell’iter terapeutico dovrà prevedere, accanto a quello medico-chirurgico, un costante sostegno psicologico, laddove soltanto dall’integrazione di entrambi i percorsi risulta la possibilità di un pieno sviluppo psicofisiologico.
4. Se emergono diagnosi di condizioni morbose psichiatriche o altri problemi sia psicologici che comportamentali (ad esempio tossicodipendenza), il loro trattamento deve esser considerato prioritario rispetto a quello di riattribuzione medico-chirurgica di sesso.
I diversi disturbi verranno, così, ad essere trattati di conseguenza, sulla base delle linee terapeutiche riconosciute, in tali casi, dalla comunità scientifica, come maggiormente efficaci.
Inoltre se la persona non aderisce ai criteri di eleggibilità per la riattribuzione (DSM IV, ICD 10)) dovrà essere inviato ad altri servizi specializzati e/o ad altri professionisti.
5. All’infuori di casi particolari in cui risulti una specifica autorizzazione da parte del Tribunale dei Minori, l’autorizzazione alla riattribuzione del sesso può essere concessa solo a quanti abbiano raggiunto la maggiore età.
B. Iter di adeguamento
1. Lo stadio iniziale della riattribuzione medico-chirurgica del sesso prevede un colloquio preliminare, in cui il potenziale cliente viene informato su tutte le procedure e i trattamenti previsti, nonché sui rischi connessi a tali trattamenti e sulla irreversibilità di alcuni di essi. Dopo aver ottenuto tutte le delucidazioni del caso, il cliente deve firmare un apposito modulo di consenso informato. I centri, i servizi e gli specialisti, che fanno proprie tali linee guida, non possono essere ritenuti responsabili per eventuali interventi sanitari praticati al di fuori di quanto da essi stabilito ed approvato.
2. Il trattamento psicologico costituisce, sin dalle primissime fasi, parte integrante necessaria del complessivo processo di riattribuzione. Al di là delle specificità connesse alla teoria ed alla tecnica adottate dal singolo operatore, tale intervento ha lo scopo di verificare la presa di responsabilità del soggetto rispetto alle proprie scelte, sostenendolo nel processo di elaborazione psicologica dei cambiamenti fisici, così come di quelli relazionali e sociali. Più specificamente esso è volto all’elaborazione del conflitto interno relativo all’area dell’identità, nonché all’esplorazione ed alla elaborazione dei conflitti cognitivi ed emozionali che possono emergere nel corso dell’iter stesso.
3. Dal momento che l’assunzione di ormoni può determinare modificazioni biologiche irreversibili, provocando d’altro canto effetti anche sul piano psichico, è necessario che l’intervento psicoterapeutico si protragga per almeno sei mesi, perché possa essere avviato qualsivoglia trattamento ormonale. La durata di tale preliminare intervento psicoterapeutico è parte integrante dell’accordo stabilito, al momento della presa in carico, tra il cliente e la equipe di specialisti.
La somministrazione di ormoni viene gestita dagli endocrinologi dell’equipe, potendo essere avviata soltanto previa consultazione degli psicologi o degli psicoterapeuti che hanno al momento in cura il paziente.
4. Lo sperimentarsi, nella vita reale, negli abiti propri al genere prescelto (real life test), viene considerato un momento ineludibile all’interno del processo che porta alla Riassegnazione Chirurgica del Sesso: lo psicoterapeuta e il paziente insieme al team di esperti devono concordare l’inizio e la durata minima (almeno un anno) dell’esperienza di vita reale (real life test).
La Riassegnazione Chirurgica del Sesso verrà realizzata soltanto in presenza di un accordo unanime fra i vari operatori.
5. L’intervento chirurgico di riattribuzione del sesso può essere eseguito, previa autorizzazione del Tribunale, sulla base dell’unanime parere favorevole espresso dall’equipe medica e psicologica.
Il tempo minimo richiesto per il completamente dell’intero iter è di almeno due anni dall’inizio della procedura. Durante tale periodo occorre che venga rispettato tutto quanto precedentemente stabilito relativamente al trattamento ormonale e all’esperienza di vita reale .
6. Ogni variazione ai criteri e/o alle procedure summenzionate potrà essere apportata soltanto dopo un’attenta valutazione del caso, essendo supportata da motivazioni di ordine medico e/o psicologico chiaramente documentate.
C. Follow-up
Successivamente all’intervento di riassegnazione chirurgica del sesso, è necessario eseguire tre controlli clinici completi, con una valutazione delle condizioni mediche e psicologiche, (a 6 mesi, 1 anno e 2 anni dopo la riassegnazione chirurgica del sesso), oltre agli eventuali accertamenti resi necessari dalle condizioni cliniche particolari presenti nei singoli casi.
“ Corriamo verso di noi,
e per questo siamo l’essere che
non può mai raggiungersi...”
J.P. Sartre
La Comunità Terapeutica “Il Sorriso” attraverso il Progetto Aria intende offrire attraverso un gruppo di operatori costituito da psicologi, educatori e personale qualificato alla pari, un sostegno educativo-psicologico e riabilitativo nei confronti di tutti quei soggetti affetti da patologia da dipendenza da sostanza stupefacenti e psicotrope che al contempo manifestano una confusione relativa alla propria identità di genere, alle persone che intendono iniziare l’iter di riassegnazione chirurgica del sesso, alle persone che hanno già effettuato la transizione verso il sesso opposto .
La Comunità per Transgender può accogliere fino a 8-10 ospiti adulti (MtF –FtM) affetti da tossicodipendenza o alcolismo, in fascia di età compresa tra i 18 e i 45 anni anche in regime di arresti domiciliari e di affidamento sociale ai Servizi.
Si accolgono persone in regime farmacologico metadonico a scalare o a basso mantenimento.
Il programma di recupero ha durata base di 24 mesi e viene concordato prima dell’ingresso con i Servizi invianti.
L’insieme delle attività previste nel programma terapeutico della Comunità “Il Sorriso” hanno l’obiettivo di favorire un’evoluzione negli individui orientata a facilitare sia la capacità di aderenza alla realtà, l’assunzione di responsabilità, di modalità di relazione e di comportamento che consentano lo sviluppo di processi creativi e realizzativi adeguati sia la possibilità per ognuno di esplorare ed eventualmente intervenire sulla propria identità di genere confusa e spesso non accettata.
Il cuore dell’intervento terapeutico si articola in interventi di assessment psicologico-educativi che possono essere integrati con il percorso endocrinologico e chirurgico qualora venga richiesto dall’utente e qualora ve ne siano le opportunità progettuali e logistiche.
La richiesta del paziente e i relativi tempi d’attuazione sono valutati in relazione alla storia della persona, alla effettiva possibilità di realizzazione, nonché alla stabilità della decisione e alla reale conoscenza del percorso di adeguamento in tutti i suoi aspetti: psicologici, medici, chirurgici e medico-legali.
Il percorso terapeutico prevede colloqui che intendono indagare la posizione del soggetto rispetto all’area dell’identità di genere ed offrire una possibilità di ascolto e di condivisione delle esperienze che hanno contrassegnato il loro percorso esistenziale.
Le attività proposte per conseguire gli obiettivi indicati sono molteplici e vengono realizzate sia a livello INDIVIDUALE attraverso colloqui terapeutici di sostegno, di conoscenza, motivazionali, di verifica; sia a livello GRUPPALE attraverso attività strettamente psicoterapeutiche, ergoterapiche, educativo-riabilitative, socio-culturali, ricreative e sportive.
E’ questa un’attività di autoconoscenza introspettiva ed elaborativa che consiste in colloqui individuali e attività di lavoro di gruppo a cadenza regolare settimanale in cui si affronta la dimensione conflittuale e di relazione con la struttura, il limite, le regole, il gruppo dei pari, è quindi finalizzata ad aiutare gli individui e il gruppo ad elaborare in modo sistematico e continuativo la propria esperienza in Comunità, le difficoltà che incontrano e ad analizzare le implicazioni istituzionali sia individuali sia di gruppo, con cui sono confrontati nella vita di Comunità.
In specifico, relativamente al lavoro terapeutico in gruppi, si propone di analizzare le modalità con cui i partecipanti si rapportano ai diversi momenti della vita in Comunità, evidenziando atteggiamenti e modelli di comportamento che, inconsapevolmente, sono messi in atto, rispetto uno stile proprio ed originario di comportamento che si attua nel contesto del quotidiano, nei rapporti interpersonali, nei confronti dell’autorità e della realtà circostante.
La finalità specifica è quella di prendere consapevolezza dei propri vissuti ed elaborarli collegandoli sull’asse temporale passato- presente-futuro, per comprenderne meglio il significato profondo. Questa nuova e più vasta coscienza di sé costituisce la base per sviluppare e fare proprie modalità nuove di pensiero e di comportamento nell’affrontare la vita.
Gli operatori dell’equipe della Comunità sono punto di riferimento per il gruppo di utenti per realizzare le verifiche sul progetto individuale, sull’adattamento alla vita di Comunità e per le verifiche con la rete familiare, sociale e con il mondo del lavoro.
Questo tipo di attività è specificatamente centrato sul verificare la capacità di tenuta rispetto ai compiti e agli obiettivi partendo dal dato reale, concreto, dell’esperienza dentro e fuori la Comunità.
Tutte le attività di carattere educativo – riabilitative sono condotte da operatori qualificati dell’equipe della Comunità e sono principalmente finalizzate a favorire:
- La riabilitazione dall’uso/abuso di sostanze e da stili di vita comportamentali promiscui e trasgressivi.
- La facilitazione nel percorso di autodeterminazione e di consapevolezza del proprio genere di appartenenza e di una eventuale transizione all’altro sesso.
- La socializzazione e la comunicazione propria e con gli altri rispetto alla coerenza nella vita della Comunità.
- La responsabilizzazione comportamentale attraverso il prendere coscienza di sé, delle proprie risorse e dei propri limiti.
Inoltre il tutto sarà supportato da:
- Colloqui di assessment psicologico, nell’accezione latina di “assidere, sedere accanto”, con l’obiettivo di fornire una valutazione attraverso la comprensione “empatica” del problema dell’altro oltre che all’analisi ed al bilancio dei limiti e delle risorse disponibili.
- Attività di consulenza, diagnosi, interventi psicologici e psicoterapeutici in collaborazione con il M.I.T. (Movimento Identità Transgender) di Bologna
- Interventi di informazione sul territorio nell’ottica della multidisciplinarietà e della costruzione di una rete efficace con associazioni e movimenti.
L’eterogeneità dei soggetti che potrebbero accedere al Progetto della CT “Il Sorriso” fa sì che il modello di intervento vada comunque riadattato di volta in volta, tenendo conto di alcune variabili soggettive della relazione che emerge con il paziente.
Il gruppo di lavoro si muoverà sperimentando un modello di intervento flessibile, in cui l’operatore di riferimento valuta un percorso più individualizzato rispondente ai bisogni del soggetto. L’operatore insieme al paziente, rifletterà su quale sia soluzione più idonea.
In alcuni casi potrebbe risultare sufficiente un solo ciclo di colloqui di assessment con gli esperti in altri, un percorso psicologico più lungo teso ad approfondire le tematiche emerse.
Una prima relazione con il soggetto può, quindi, aiutarlo ad indagare i vissuti della complicata vicenda che lo vedono coinvolto e per dargli/le un assaggio di come può essere il lavoro successivo, eventualmente accettando un lavoro più lungo.
Da recenti studi si evince che il percorso psicologico risulti necessario in tutte le fasi della transizione che implicano il confronto con forti cambiamenti: dall’inizio della terapia ormonale, all’esperienza del real life test, fino all’intervento chirurgico.
È importante che lo psicologo possa aiutare la persona in ogni fase del delicato processo di transizione.
La possibilità di garantire un sostegno psicologico risulta fondamentale per affrontare le paure che possono essere presenti rispetto all’imminente intervento chirurgico: c’è chi nutre timori per l’intervento chirurgico, la terapia ormonale o l’ospedalizzazione, così come accade di fronte a qualsiasi altro intervento chirurgico di tipo invasivo.
L’intero processo di riassegnazione chirurgica del sesso, implica, come tutti gli interventi chirurgici, il confronto con ansie e preoccupazioni che accompagnano la persona.
Sulla base di quanto affermato, si intende pertanto, chiarire come il lavoro dell’equipe sia principalmente motivato dall’esigenza di offrire una forte incidenza terapeutica e medica nel supporto e sostegno a quanti si confrontano con la doppia problematica della tossicodipendenza e dell’identità di genere.
Le attività lavorative rispondono all’esigenza di stimolare nell’utente l’assunzione del senso del dovere, del senso di responsabilità individuale e di gruppo, coinvolgimento della volontà e la verifica delle proprie capacità manuali.
In questo senso, il lavoro in Comunità, è un’esperienza formativa.
Le attività ergoterapiche che sono normalmente quelle di laboratori di assemblaggio, manutenzione, orto, giardinaggio sono seguite dal Responsabile dell’Area Tecnica e si esplicano solo nella fascia mattutina della giornata ( dalle 8.30 alle 12.00 ).
ATTIVITA’ CULTURALI - SPORTIVE - RICREATIVE
Sono previsti momenti anche di tipo ricreativo – culturali, attraverso la visione di documentari e filmati di carattere storico – scientifico, letture di quotidiani e settimanali, visite a musei, città, programmazione di gite, giochi, visione di spettacoli.
Nell’intento di favorire il recupero fisico sono previste diversi tipi di attività sportive attraverso l’utilizzo di una palestra attrezzata, lo sport è considerato un grande e importante veicolo terapeutico per il ripristino dell’equilibrio psico-fisico, dell’armonia relazionale, della spinta motivazionale e della cura del proprio corpo.
Fase di Pre-Accoglienza
Si accettano soggetti MtF e FtM inviati dai Ser.T. Dipartimento delle Tossicodipendenze ASL.
Condizione indispensabile per l’entrata in C.T. è l’assunzione dell’onere della retta da parte delle Aziende A.S.L. .
Le richieste pervenute in altro modo vengono indirizzate ai Ser.T. di competenza territoriale ai quali si chiede , in ogni caso, di presentare la situazione anamnestica personale, familiare, socio- sanitaria e le motivazioni dell’invio in C.T.
La Responsabile Generale della Comunità, che si occupa di questa procedura, dovrà sostenere una serie di colloqui (minimo due massimo quattro) conoscitivi, diagnostici per valutare la richiesta e le motivazioni del soggetto, valutandone le prime reazioni di fronte all’impegno e quindi la coerenza rispetto alla richiesta , stimolandone la partecipazione attiva al fine di arrivare al momento contrattuale con la maggiore consapevolezza possibile.
La fase di pre accoglienza dura normalmente da venti giorni a due mesi questo in base alle caratteristiche e al contesto dell’utente. Se ci sono le condizioni per l’accesso al programma terapeutico, tale fase termina con la sottoscrizione del contratto che definisce le condizioni, i diritti, i doveri e le regole del vivere in Comunità nonché i tempi del programma. Si accettano utenti provenienti anche dal Carcere in detenzione domiciliare pertanto i colloqui si svolgeranno all’interno del carcere per poi effettuare un trasferimento in seguito.
Il programma di questa Comunità è mediamente stabilito in 24 mesi, è articolato in tre fasi terapeutiche di intervento:
1 – FASE DI ORIENTAMENTO va dall’ingresso in Comunità fino al
7° mese di programma
2 – FASE CLINICA va dal 8° mese fino al 18°
3 – FASE DI REINSERIMENTO va dal 19° mese fino al 24°
E’ prevista un’appendice di programma ossia un prolungamento di altri 4-6 mesi se il Ser.T. lo ritiene opportuno in accordo con la Comunità.
La definizione dei tempi di permanenza complessiva e di passaggio da una fase all’altra viene comunque precisata nell’ambito del progetto individuale, nel quale sono definiti gli obiettivi, le tappe e le modalità concrete di realizzazione del programma per il conseguimento degli obiettivi che si ipotizzano possibili e più proficui per ognuno.
L’equipe terapeutica degli operatori è il punto di riferimento per ogni singolo utente per la realizzazione del progetto individuale; tale progetto viene concordato con il Ser.T. di competenza per quanto concerne gli obiettivi possibili, costruito con l’utente .
Successivamente gli operatori fanno, in momenti differenti, con l’utente, la sua famiglia qualora esista e sia disponibile al coinvolgimento (genitori, partner), il Ser.T., le verifiche sulla coerenza di impegno per la realizzazione degli obiettivi e apportano le necessarie modifiche al progetto individuale.
Durante il percorso gli operatori seguono individualmente gli utenti nelle varie fasi di realizzazione del progetto allo scopo di verificarne gli aspetti positivi e negativi che ne influenzano l’evoluzione e le resistenze al cambiamento.
Fase di Orientamento o Accoglienza
Questa fase, come già detto, riguarda i primi sette mesi di Comunità, l’utente ha un proprio operatore referente con il quale sostiene il seguente lavoro terapeutico:
Le attività terapeutiche che tutti gli utenti obbligatoriamente devono svolgere sono:
- 2 gruppi di fase alla settimana con l’operatore di riferimento;
- 1 colloquio individuale alla settimana;
- 1 gruppo relazioni o assemblea alla settimana;
- 1 gruppo di auto aiuto alla settimana;
In aggiunta per chi è genitore
- 1 colloquio genitorialità a discrezione a cadenza settimanale
Nei primi tre mesi di programma l’utente interrompe completamente i contatti con il mondo esterno e quindi non può fare né ricevere telefonate dai familiari e da altre persone a lui care, non può partecipare alle uscite ludico-ricreative organizzate dalla struttura (cinema, escursioni, ecc.), può scrivere e ricevere posta dopo il primo mese di permanenza. Solo in casi di emergenza, ad esempio visite mediche, ricoveri ospedalieri, udienze, processi, lutti familiari andrà accompagnato dal personale operativo.
Dal terzo al settimo mese, l’utente inizia a fare e ricevere le telefonate dai familiari, dal partner o dagli amici, iniziano concordate con l’operatore di riferimento le visite dei familiari al loro congiunto in Comunità ogni quindici giorni di sabato o di domenica; durante queste visite i familiari o il partner sono obbligatoriamente tenuti a sostenere colloqui di conoscenza e di verifica relazionale con l’operatore nonché ad attenersi con la massima trasparenza ai suggerimenti e alle norme comportamentali dettati dalla comunità. Dopo due mesi di visite in struttura, l’utente con i familiari possono effettuare un giro nel circondario di qualche ora fermandosi anche per consumare il pranzo al ristorante.
Gli obiettivi terapeutici sono i seguenti:
· acquisizione e condivisione delle regole di vita comunitaria;
· accettazione dell’autorità operativa;
· comunicazione e relazione verbale e non verbale con il gruppo dei pari;
· elaborazione della propria storia personale, tossicomania familiare e di transgender attraverso la scrittura della propria autobiografia;
· Identificazione dei bisogni;
· Espressione dei sentimenti e delle emozioni;
· Attivazione della rete sociale primaria ( genitori, partner, figli, amici intimi);
· Approfondimento della storia della propria identità di genere e della storia tossicomanica attraverso Consulenze specifiche.
Fase Clinica
Questa fase ha come operatore di riferimento uno psicologo, l’utente entra in questa fase all’ottavo mese di programma e vi resta per circa dieci mesi.
In questa fase di carattere introspettivo le attività restano le stesse delle fasi precedenti.
In questa fase iniziano i primi momenti di verifica esterna, effettuati insieme a familiari a cadenza quindicinale, l’utente deve concordare con il proprio operatore le modalità e i tempi della verifica sottolineando i bisogni e i limiti entro cui deve muoversi. L’operatore svolgerà al rientro dell’utente in struttura un colloquio di verifica sul suo stato psicologico ed emozionale. In questo momento l’utente dovrebbe avere acquisito le capacità per lavorare all’interno della fase più strettamente terapeutica, dove gli strumenti terapeutici fanno riferimento a quelli classici del “colloquio clinico” ossia confrontazione, provocazione, chiarificazione, gestione del conflitto.
Gli obiettivi sono i seguenti:
· autoconsapevolezza cioè entrare in contatto con i propri vissuti;
· rielaborazione dei temi che sono emersi dalla presa di coscienza;
· individuazione ed accettazione dei nuclei patologici della propria personalità,
· valorizzazione delle proprie risorse positive;
· attività di mediazione familiare tramite colloqui incrociati tra l’utente e le figure parentali più significative
· attivazione di consulenze con esperti del DIG per intraprendere un percorso di accettazione e/o eventuale riattribuzione chirurgica del sesso, trattamenti ormonali e farmacologici pilotati.
Fase di Reinserimento Sociale e Lavorativa
In questa fase vi accedono gli utenti che hanno raggiunto gli obiettivi della fase precedente in modo brillante, l’operatore di riferimento cambia e si occupa del reinserimento familiare, sociale e lavorativo, nonché del distacco dalla struttura comunitaria per approdare ad un contesto di autonomia e di auto responsabilizzazione.
Tale fase comprende gli ultimi sei mesi di programma e consiste nel trasferimento dell’utente in un’altra struttura, distaccata di alcuni chilometri dalla Comunità, insieme ad altri utenti, devono governare la casa, pulire, riordinare, cucinare, andare a lavorare, l’operatore di riferimento effettuerà verifiche costanti.
In questo caso gli utenti MtF saranno inseriti nell’appartamento del reinserimento femminile mentre gli utenti FtM saranno collocati in quello maschile, questo in virtù della identità di genere appurata e dell’intero percorso di transizione messo in atto durante il percorso comunitario anche grazie alle consulenze e agli interventi specifici attivati dagli esperti.
E’ possibile dopo un paio di mesi di permanenza, con esito positivo, usufruire di un proprio mezzo di trasporto personale (automobile, motocicletta).
Le attività terapeutiche sono le seguenti:
· n° 1 gruppo alla settimana
· n° 1 colloquio individuale alla settimana
In questa fase l’utente viene inserito in un contesto lavorativo attraverso una borsa lavoro o un tirocinio formativo concordato tra la comunità e il Ser.T.
Gli obiettivi sono:
· autonomia economica e relativa gestione del danaro;
· gestione del tempo libero;
· costruzione e consolidamento della rete amicale e sociale;
· elaborazione della separazione dalla Comunità;
· rafforzamento e consolidamento del nuovo stile di vita acquisito durante il programma,
· mantenere rapporti con le Agenzie intervenute durante il processo di transizione al cambiamento;
· scolarizzazione ( conseguimento di licenza/diploma );
· avvicinamento ed inserimento all’interno di Istituzioni di volontariato territoriali.
L’equipe della Comunità per Transgender è composta da :
n° 1 Responsabile Unità Operativa Transgender
n° 1 Referente Fase Orientamento Educatore professionale
n° 1 Referente Fase Clinica Psicologo
n° 1 Referente Fase Reinserimento Sociale Educatore
n° 1 Operatore Notturno Volontario
n° 1 Operatore Area Tecnica Educatore generico